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download: Giugno 2011 (384.95KB) added: 01/06/2011 clicks: 135 description: QuiSaronno n°11 - Giugno 2011 |
Una battaglia che parte dal basso, lontana dai partiti ma vicina alla gente
I processi di privatizzazione della gestione del servizio idrico in questo Paese, con forme più o meno accentuate, con diffusione a macchia di leopardo, sono in atto ormai da 15 anni.
La Legge Galli del 1994, nel ridefinire giustamente il servizio idrico come integrato nelle sue diverse fasi di captazione, distribuzione e depurazione e nel dividere altrettanto giustamente il territorio in ambiti territoriali ottimali secondo i bacini idrografici, ha tuttavia contemporaneamente introdotto il “full cost recovery”, ovvero l’intero carico dei costi sulla tariffa dei cittadini, inserendo nella stessa anche l’adeguata remunerazione del capitale investito, ovvero la garanzia dei profitti per gli investitori.
Questo ha comportato l’avvio della trasformazione di tutte le aziende municipalizzate in Società per Azioni, ovvero in enti di diritto privato, il cui unico scopo è la produzione di dividendi per gli azionisti. Che fossero a totale capitale pubblico, a capitale misto o interamente private, il risultato, con accentuazioni diverse, è stato quello di modificare la natura del servizio pubblico in servizio a scopo unicamente remunerativo, fino all’estremo del collocamento in Borsa delle società gestrici.
I risultati in termini di aumento delle tariffe, riduzione della qualità del servizio, caduta verticale degli investimenti, aumento dei consumi e degli sprechi di acqua, vanno visti dentro questo percorso. Nella trasformazione privatistica del servizio idrico ha naturalmente agito anche il progressivo abbandono da parte della politica del proprio ruolo di garante dell’interesse generale, divenuta a tutti i livelli, territoriali e nazionali, anch’essa luogo di interessi particolaristici.
È per questo che già nel 2007 il “Forum italiano dei movimenti per l’acqua” ha presentato, con oltre 400.000 firme, una legge d’iniziativa popolare, dentro la quale la gestione pubblica fosse considerata condizione necessaria per togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua, ma assolutamente insufficiente, se non fondata sulla partecipazione diretta dei cittadini e delle comunità locali alla gestione dell’intero ciclo sull’acqua.
In questo senso, anche la proposta di un’autorità indipendente non coglie l’essenza del problema: essendo il servizio idrico un monopolio naturale, non è possibile alcuna liberalizzazione dello stesso e dunque non serve alcuna autorità regolatoria di un mercato inesistente.
In realtà, l’esito positivo dei due referendum sull’acqua costituisce l’unica strada non solo per riaffermare la natura di bene comune e diritto umano universale dell’acqua, ma per impostare una gestione democratica e socialmente orientata del servizio idrico integrato. Abbandonando per palese fallimento il modello del full cost ricovery, in favore di un nuovo modello di finanziamento, che, attraverso il combinato disposto di fiscalità generale, finanza pubblica (prestito irredimibile) e tariffa consenta, senza aggravi sul debito pubblico e sul deficit pubblico, il reperimento delle risorse necessarie per gli investimenti infrastrutturali, unica grande opera pubblica necessaria.
Si tratta di una battaglia di diritti e di democrazia, che va ben oltre il contrasto alle ultime normative privatizzatici dell’attuale governo: non a caso, il Forum italiano dei movimenti per l’acqua e la grandissima coalizione sociale che hanno promosso i referendum, raccogliendo quasi un milione e mezzo di firme, sono un’espressione di cittadinanza attiva dal basso, ben poco riconducibile ai classici schemi politicisti del confronto destra/sinistra.
Un vero anticorpo sociale, che attraverso la riappropriazione dei beni comuni può indicare una via diversa di uscita dalla crisi economica, ecologica e di democrazia nella quale siamo da tempo immersi.
Marco Bersani


