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description: QuiSaronno n° 2 - Gennaio 2010
Gli stranieri, extracomunitari o meno, sono una realtà con la quale gli italiani si confrontano tutti i giorni: al lavoro, sui mezzi pubblici, alle assemblee condominiali. Abbiamo cercato di inquadrare questa importante problematica sotto tre diversi obiettivi: sicurezza, speculazione e opportunità.
“La ricerca di un ambiente più ospitale, di un cibo più buono, di un posto tranquillo per gli amori, spinge molte specie viventi a migrare. La specie umana non fa eccezione.”
Questo è il testo di uno spot pubblicitario che sembra spiegare, in breve, i motivi che spingono le persone a muoversi e cambiare paese o continente. Pubblicizza, invece, l’effimero, la necessità di svago e di una buona discesa sugli sci in un bel paesaggio montano. Chi al contrario migra verso altri paesi, lasciandosi alle spalle la famiglia, lo fa nella speranza di soddisfare i bisogni primari, di avere una vita migliore, di poter riuscire a trovare un lavoro e poter mantenere la famiglia in patria o sfuggire a persecuzioni politiche o religiose. Non c’è niente di effimero, ma tante storie che, se ascoltate, farebbero commuovere più del libro “Cuore”.
“Generalmente sono di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in due e cercano una stanza ad uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti.”
Questo è ciò che eravamo, noi italiani, per l’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso Americano nel 1912. Questo è ciò che siamo stati a lungo nell’immaginario collettivo degli americani. Dove sono le differenze con ciò che alcune persone pensano ora degli immigrati?
Essere stranieri, extracomunitari, non è facile, ve lo dico per esperienza personale. La burocrazia è una montagna che, al contrario di quella dello spot, è difficilissima da scalare ed il paesaggio circostante non è per nulla idilliaco. Agli sportelli ogni interlocutore ti dà una risposta diversa, e il burocratese – incomprensibile già per un italiano – rende vano ogni sforzo di chi non è madrelingua. L’agognato permesso di soggiorno è un documento stampato su carta velina che si rovina solo a guardarla e che devi portare sempre appresso, immaginate l’ansia di perderlo o di essere derubati, oltre al fatto che dopo cinque anni questo sembra un fazzoletto usato. Pianificare un viaggio all’estero ti rende più specializzato di un’agenzia di viaggi e ti porta a conoscere consolati e ambasciate di cui, da cittadino comunitario, non immaginavi neppure l’esistenza. Da quando mia moglie ha ricevuto la cittadinanza italiana la nostra vita è decisamente più semplice.
Molti di noi credono di sapere tutto degli altri, basandosi sui luoghi comuni. Smettere i luoghi comuni non è facile, c’è bisogno di conoscenza, senza la quale si alimenta il razzismo e l’intolleranza. Se poi la politica fa leva sull’ignoranza (non conoscenza) e sulla paura del cambiamento per raccogliere facili consensi, l’integrazione diventa una chimera.
C’è un paese che da quindici anni sta cercando di aggiustare i danni provocati da 48 anni di politica folle infarcita di razzismo e ideologie naziste. Quel paese è il Sudafrica e quella politica è conosciuta in tutto il mondo come “apartheid”. Democrazia, uguaglianza, riconciliazione, diversità, responsabilità, rispetto e libertà sono i pilastri da cui sono partiti per ricostruire una società civile, iniziata sotto la guida politica illuminata di Nelson Mandela. Sono gli stessi pilastri sui quali il nostro Paese deve fondare, fin da subito, la sua nascente e inevitabile società multirazziale.
Solo attraverso il riconoscimento delle diversità ed il rispetto reciproco si può avere piena integrazione. È un processo che va guidato e facilitato dalla politica, a partire da quella locale. Perché stiamo sempre parlando di persone, la nazionalità è una cosa inventata dagli uomini.



