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description: QuiSaronno n° 2 - Gennaio 2010
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Fatti nazionali e fatti locali: lo straniero fa parlare di sé, nel bene e molto più spesso nel male, grazie all’ansiogena opera dei mezzi d’informazione. L’integrazione nel rispetto delle regole è una sfida primaria che la nostra società deve assolutamente vincere.
Gli extracomunitari sono recentemente tornati alla ribalta della cronaca nazionale e locale, per i fatti di Rosarno e per una delibera del sindaco di Ceriano Laghetto, Dante Cattaneo. Rosarno era una bomba pronta ad esplodere da quasi vent’anni, da quando gli immigrati arrivano in Italia per la raccolta delle arance o dell’uva, delle olive o dei pomodori e lavorano anche 14 ore per 20 euro al giorno di cui 5 vanno al ‘caporale’. Uomini giovani, sui trent’anni, in Italia senza documenti, senza una casa, senza un contratto, senza niente. A Ceriano invece il sindaco, affermando che “l’esperienza ci insegna che attività come rivendite di kebab diventano spesso punti di incontro senza regole di immigrati clandestini, se non veri e propri paraventi di attività illecite, con gravi conseguenze sulla qualità della vita e la sicurezza dei residenti”, ha emesso una delibera che ha fissato limiti e divieti per queste attività. Divieto nel nucleo storico, procedura negoziale in periferia.
Di questo e di altro abbiamo parlato con tre personaggi del saronnese che hanno saputo costruirsi un loro spazio, un esempio concreto di quegli oltre due milioni di lavoratori stranieri che portano in dote il 10% del Pil nazionale (Ansa). Si tratta di Mohamed Badawy, 42 anni, egiziano come Gianni Bashandy, 56 anni, uno dei primissimi extracomunitari di Saronno, arrivato alla Cassina Ferrara nell’81. Se il nome ‘Piccola Capri’ del ristorante di Mohamed, forse quello con un maggior numero di coperti a Saronno, è stata una felice scelta dettata da furbizia commerciale, Gianni ha dato, al contrario, ma ugualmente con buoni risultati, un nome egiziano al suo ristorante: “Hurghada”. Con loro abbiamo intervistato anche Sadok Hammani, 42 anni anch’egli, tunisino, titolare da dieci di un kebab, “Ryen Kebab”, nella centralissima Via San Giuseppe dove non è mai successo niente.
Il loro è stato un messaggio che parte da considerazioni di uguaglianza tra gli uomini a partire dal fatto che “siamo tutti qui per lavorare e vivere bene con la famiglia” e che, alla fine, “esiste un solo Dio per tutti”. Sadok, in particolare, è anche presidente del Centro Culturale Islamico, in Via Maestri del Lavoro, un centro “ormai troppo piccolo, ubicato male e poco conosciuto”. Organizza cene e feste, soprattutto in occasione del Ramadan, alla Casa del Partigiano o all’ex Pizzigoni; ha ottimi rapporti con l’Amministrazione Comunale e si sente ormai un italiano tanto da aver fatto domanda di cittadinanza italiana, che tra l’altro non arriva mai, ed essere arrivato a parlare addirittura il dialetto.
Fortunatamente per loro tre, non sono arrivati in Italia da irregolari come oltre la metà degli immigrati. Il solo Gianni ha fatto una scelta “alla Alberto Sordi” come la chiama lui (“perché mettersi in casa un’estranea?”) restando scapolo; Sadok ha sposato la cugina – da loro è normale – e Mohamed addirittura ha contratto un matrimonio misto con una ragazza abruzzese conosciuta all’università. I loro figli si sono ben integrati nelle scuole saronnesi. Ordine e sicurezza sono necessità anche per loro che condannano le azioni sbagliate di tutti, ma non la loro nazionalità. Vivono di lavoro e famiglia e solo di rado riescono a partecipare alla vita sociale e politica cittadina o anche solo a frequentare amici. E quando abbiamo chiesto a Gianni che consiglio si sentiva di dare a chi vorrebbe seguire le sue orme, data la sua trentennale esperienza, ci ha risposto con una ricetta che prevede lavoro, umiltà, studio, conoscenza delle persone e delle cose.
Vorremmo concludere citando Don Maurizio Rolla: “L’integrazione è percorso che dipende essenzialmente dalla relazione quotidiana e informale tra persone che non si ignorano…”.
Mauro Tonveronachi
Guarda il video:
1° parte
2° parte


