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Divorzio obbligato tra Saronno Servizi e servizio di acquedotto

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Divorzio obbligato tra Saronno Servizi e servizio di acquedotto

C’è molta confusione sotto il cielo dei servizi pubblici locali, complice una normativa divisa tra direttive delle Unione Europea, leggi nazionali e regionali.

Partendo dal fondo occorre dire che dopo il referendum del 13 giugno siamo ritornati al passato. Sebbene la campagna referendaria sia stata giocata tutta sul tema dell’acqua pubblica, il quesito ha riguardato l’intera riforma dei servizi pubblici locali. Ma con il decreto di Ferragosto il governo Berlusconi ha fatto copia e incolla dell’articolo abrogato dal referendum, imponendo ai comuni di liberalizzare tutti i servizi pubblici a rilevanza economica.
Il nocciolo della questione per comprendere la complessa normativa sta nella distinzione tra servizi senza rilevanza economica e servizi a rilevanza economica. I primi sono gestiti solo da enti di diritto pubblico nelle forme previste dalla legge per gli enti locali. I secondi invece possono essere regolati anche con modelli gestionali di diritto privato, per esempio la società per azioni, e la proprietà del capitale può essere pubblica, privata o anche mista.
La Saronno Servizi è tra questi e ha solo capitale pubblico.

Tornando dunque al decreto di Ferragosto, se tutti i servizi da liberalizzare sono di rilevanza economica, operando per differenziazione sono privi di rilevanza economica i servizi strumentali, ossia quelli che può svolgere solo l’ente pubblico (l’esazione dei tributi, per esempio), e i quattro che sono stati espressamente esclusi, ossia il servizio idrico, le farmacie, il trasporto pubblico e il servizio per l’energia. In pratica, il Governo ha dovuto prendere atto che con la battaglia per l’acqua pubblica gli italiani hanno inteso sottrarre alla gestione con modello privato i beni comuni e i servizi fondamentali per lo sviluppo economico e sociale delle comunità.

Venendo al futuro della Saronno Servizi, secondo una successiva norma del decreto di Ferragosto, nella sua attuale configurazione di SpA a capitale pubblico potrà avere in affidamento diretto dal Comune i servizi strumentali oppure i servizi a rilevanza economica a condizione che il fatturato annuo non superi 900 mila euro. Per tutti gli altri se ritiene di operare deve affidarsi alla legge del mercato e della concorrenza partecipando alle gare pubbliche di appalto.

IL DESTINO DEGLI ACQUEDOTTI

E il servizio di acquedotto che fine farà? La Provincia di Varese sta procedendo a velocità supersonica alla costituzione della società per azioni a capitale pubblico (si chiamerà Varese Acque) che eserciterà le funzioni di gestore unico per tutta la provincia.

La decisione è stata presa il 20 dicembre dal Consiglio Provinciale dopo il parere della conferenza dei Comuni, nella quale solo Saronno e Caronno Pertusella hanno dato voto contrario. Abbiamo buone ragioni per credere che molti sindaci si siano fatti fuorviare dalla proprietà pubblico del capitale della nuova società, per cui hanno ritenuto la decisione coerente con il risultato del referendum. Non hanno considerato che l’acqua è un bene comune e che non è un prodotto commerciale al pari degli altri, bensì un patrimonio che va protetto, difeso e trattato come tale (Direttiva 2000/60/CE). Non può quindi essere gestito dal consiglio di amministrazione di una società per azioni, che persegue per legge fini di lucro. Qualcuno dirà che il capitale è pubblico e quindi il bene comune dovrebbe essere garantito: può essere ma quel che manca è il controllo pubblico fatto nelle forme della partecipazione dei cittadini, che non hanno naturalmente alcun accesso alle segrete stanze del consiglio di amministrazione.
Quella della Provincia è stata una decisione frettolosa giustificata dal timore del commissariamento da parte della Regione. Uno scrupolo eccessivo e poco concreto se si pensa che in Regione hanno da pensare al restauro della legge in materia che è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte. Il presidente della Provincia sa benissimo che i cittadini vogliono che l’acqua resti un bene comune e che per la Direttiva Europea il servizio idrico deve corrispondere ai bacini idrografici.
Sa anche di non poter spendere in un atto pubblico la parola liberalizzazione e per questo ha buttato fumo negli occhi al Consiglio Provinciale con la finzione della SpA a capitale pubblico, con la riserva mentale, nemmeno tanto mascherata, portare il servizio idrico fra qualche anno nelle braccia del distributore privato. Non ci resta che mobilitarci per impedire questo scippo.

E’ un augurio per il 2012.

Angelo Proserpio
angelo@tuasaronno.it

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Pubblicato dalla redazione di QuiSaronno, l'autore dell'articolo - se diverso - è indicato nel testo.