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download: Ottobre 2011 (706.64KB) added: 15/10/2011 clicks: 77 description: QuiSaronno n° 12 - Ottobre 2011 |
Alessandro Milani, 29 anni, è un giovane saronnese: vive e lavora a Nîmes dove si occupa di Dynamogène, una Compagnia di teatro di strada, che gira il mondo con le sue macchine spettacolari e fantasmagoriche che divertono e stupiscono. Ci incontriamo un po’ per caso a Lugano, durante il festival di teatro di strada. Mi interessa capire come è arrivato in Francia e se è anche lui un “cervello in fuga”. L’espressione lo fa sorridere.
“Cercavo un tirocinio che validasse il Master (in art and culture management) che stavo seguendo a Trento. In quel periodo mi interessavo alle reti culturali e avevo voglia di saperne di più. In Europa ci sono due aree geografiche dove questo tipo di realtà è particolarmente vivace: Germania e Francia. Non conoscendo il tedesco la scelta è stata obbligata”.
L’idea di rete culturale mi affascina e gli chiedo come funziona in Francia.
“La mia esperienza è un progetto-pilota dell’UFISC (Unione Federale d’Intervento delle Strutture Culturali), che mi incuriosiva molto. Si tratta della Maison des Réseaux, uno spazio dove diverse organizzazioni culturali possiedono uffici propri ma condividono spazi, personale e attrezzature, nella convinzione che la condivisione favorisca l’interazione, provochi una convergenza degli obiettivi e delle azioni, dando a ciascuna struttura più rilevanza ed incisività nell’agire. All’interno della Maison des Réseaux c’era un’associazione che cercava un tirocinante. Era un’ottima occasione. Mi sono quindi trasferito a Parigi ed ho cominciato il mio tirocinio alla Federazione delle Arti di Strada nella regione Ile-de-France”.
Poi ti sei imbattuto in Dynamogène: in cosa consiste il tuo lavoro con loro?
“Dynamogène è una compagnia di teatro di strada nata nel 1995 e con sede a Nîmes. I suoi spettacoli ruotano spesso attorno a degli ingegni musicali dall’estetica passatista. Queste “macchine” possiedono un’anima propria con la quale, durante gli spettacoli, gli attori si divertono ad interagire. A Dynamogène da contratto, dovrei occuparmi esclusivamente della produzione degli spettacoli e dello sviluppo dei connessi progetti culturali. Ma, considerate le ristrette economie, mi trovo a fare un po’ di tutto: dalla paghe all’amministrazione, dalla vendita degli spettacoli all’organizzazione delle tourné…
In questo periodo, tuttavia, i miei compiti contrattuali mi prendono gran parte della giornata e non mi lasciano molto tempo per il resto. La compagnia sta infatti lavorando alla sua nuova creazione: Le Petit Catalogue, manifattura d’Utopia”.
Il titolo è molto accattivante. Di che cosa si tratta?
“E il più grosso spettacolo che abbiamo mai progettato. Sarà la giornata “porte aperte” degli stabilimenti Dynamogène, fabbricanti di ingegni musicali. Un grosso dispositivo a 360° dove il pubblico si troverà avvolto dallo spettacolo. Sarà una sorta di falansterio irreale animato da dieci attori-lavoratori (dalle movenze che ricordano Jacques Tati) che immergeranno gli spettatori nel loro universo lavorativo, sensoriale e utopico (o meglio eterotopico). Al momento, di questo spettacolo esiste solo il canovaccio, qualche macchinario e gran parte delle scene. Siamo quindi in piena fase di produzione. “Produrre” in questo caso significa trovare tutti gli strumenti necessari alla realizzazione del progetto”.
Strumenti significa anche fondi…
“Certo, per tutto il necessario alla realizzazione dei lavori e alla remunerazione di tutti quanti. Bisogna quindi riuscire a convincere vari soggetti del mondo culturale a credere nel progetto e a sostenerlo. Infine, bisogna riuscire a sfruttare la credibilità acquisita attraverso i partenariati stipulati per inserire il futuro spettacolo nei suoi circuiti di “distribuzione” finale. Ecco cosa occupa oggi le mie giornate a Dynamogène”.
Un bell’impegno. Fra i soggetti sostenitori, quanto pesano il pubblico, lo Stato, le amministrazioni locali?
“In Francia chi lavora nello spettacolo “dal vivo” (teatro, circo, danza, arti di strada…) gode di uno statuto lavorativo particolare che gli facilita l’accesso alla cassa disoccupazione. Questo sistema permette a numerosi settori artistici di mantenere una certa vivacità e addirittura di svilupparsi (come nel caso del teatro di strada). È una specie di grosso finanziamento “camuffato” che ci permette di lavorare con una relativa tranquillità”.
Pensi di ritornare in Italia, prima o poi?
“Torno spesso in Italia. Non ho rancori verso il mio paese d’origine, ma non credo che le origini debbano servire a tenere le persone ancorate ad un territorio. Non siamo delle piante. E poi trovo stimolante usare una lingua che non è la mia: mi fa sentire in uno stato di continuo accrescimento, persino quando sono in coda alla posta…”.



